L’Italia che non si vende, 500 artigiani costruiscono la mappa contro l’overtourism
L’assurdo è servito: più il turismo digitale promette di orientarci, più ci perde. Algoritmi, recensioni, punteggi da uno a cinque stelle: il viaggio contemporaneo si è ridotto a un esercizio di media aritmetica, dove la popolarità sostituisce la qualità e il passante distratto vale quanto l’esperto che vive il territorio ogni giorno. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: città d’arte sommerse, borghi trasformati in set fotografici, un’Italia autentica che rischia l’invisibilità proprio mentre viene fotografata più che mai.
Contro questa deriva si muove Unexpected Italy, startup travel tech nata a Londra ma con il cuore saldamente piantato nella penisola. Dopo cinque anni di mappatura indipendente, il progetto fondato da Elisabetta Faggiana e Savio Losito compie ora un salto strutturale: non più un archivio costruito a due voci, ma un sistema aperto a oltre 500 «suggeritori» sparsi sul territorio nazionale.
L’operazione ha una logica precisa, quasi anti-algoritmica. Al posto del voto anonimo di massa, Unexpected Italy costruisce quella che Faggiana definisce un’infrastruttura di fiducia: raccomandazioni motivate, verificate, prodotte da chi il mestiere lo pratica ogni giorno. Uno chef che indica il produttore di formaggi giusto. Un albergatore che accompagna l’ospite dalla bottega del restauratore. Un sommelier o un ricercatore che certifica competenza dove il marketing non arriva.
Sei gli archetipi individuati per raccontare questa Italia parallela: i Maestri del Fare, custodi dell’alto artigianato; gli Innovatori della Terra, viticoltori e produttori che rinnovano senza tradire la memoria del suolo; i Tramandatori di Sapere, tra botteghe storiche e librerie indipendenti; gli Artigiani del Gusto, che difendono l’identità territoriale del cibo dall’omologazione dei sapori; i Professionisti dell’Ospitalità, per cui accogliere è un atto di responsabilità verso il luogo. Nomi che danno corpo alla categoria: dal maestro dei distillati Gianni Capovilla a Daniele Kihlgren, pioniere dell’ospitalità diffusa con Sextantio, fino agli artigiani del gusto come Cacciatori Cartosio nelle Langhe o Rosario di Donna a Cerignola.
Il metodo, spiega il co-fondatore Savio Losito, è stato testato sul campo attraverso incontri di comunità: «È la dimostrazione scientifica che chi pratica la qualità ogni giorno sa riconoscerla immediatamente nei propri colleghi». Bastano pochi minuti, raccontano i fondatori, perché produttori, artigiani e ristoratori messi nella stessa stanza comincino a segnalarsi a vicenda, generando centinaia di raccomandazioni incrociate.
Dietro l’entusiasmo resta però un criterio di selezione tutt’altro che permissivo. Un ristorante con arredamento artigianale ma ingredienti industriali è escluso dal circuito. Una bottega che collabora con i produttori locali e fa ricerca sui materiali storici, invece, ne diventa nodo centrale. Nessun luogo è valutato in isolamento: ogni realtà viene letta come parte di una rete di valore territoriale, oppure ne resta fuori.
Il progetto, premiato anche alle Nazioni Unite e insignito del Roma Startup Award, è oggi attivo in 18 territori italiani, da Venezia a Torino, da Genova alla Valle d’Itria. Il Guardian lo ha descritto come una bussola per viaggiatori consapevoli, dedicandogli approfondimenti sul Vicentino e sul capoluogo piemontese. L’app, definita dai fondatori una «Lonely Planet 3.0» geolocalizzata, non punta a portare tutti nello stesso posto, ma — come dicono loro — «a far incontrare le persone giuste con i luoghi giusti».
In città come Roma e Venezia, dove oltre il 70% dei turisti finisce secondo alcuni studi in trappole commerciali, la proposta suona meno come un’alternativa di nicchia e più come una necessità. Perché se il turismo di massa consuma i luoghi, quello raccontato da Unexpected Italy prova, almeno sulla carta, a curarli.
