In un Paese normale Carlo Alberto Panont sarebbe Sottosegretario all’Agricoltura. Nel nostro resta un consulente che deve spiegare ai giornali quello che i Consorzi dovrebbero già sapere da soli

Intervistato da Gianluca Atzeni sul settimanale Tre Bicchieri del Gambero Rosso, l’esperto di disciplinari che ha lavorato dalla Franciacorta all’Oltrepò Pavese, dal Garda alla Sicilia e al Collio propone un metodo raro in questo settore: aggiornare le regole di produzione ogni cinque anni, rivedere il patrimonio ampelografico nazionale e soprattutto smettere di chiedere ai Consorzi di tutela di fare cose che non spetta loro fare.

Ci sono interviste che meritano di essere lette non per la notizia che contengono, ma per il livello di lucidità con cui affrontano un problema che il settore preferisce da anni discutere per approssimazioni. Quella di Carlo Alberto Panont è una di queste. Mentre buona parte del dibattito sui disciplinari resta bloccato tra chi rivendica l’immutabilità della tradizione e chi invoca la modernizzazione senza specificare in cosa consista, Panont mette sul tavolo una proposta concreta e verificabile: cambiare i disciplinari ogni cinque anni, non per inseguire le mode ma perché il clima, semplicemente, cambia più in fretta delle regole che dovrebbero governarlo. L’esempio dei Colli Euganei, che hanno ridotto la densità dei ceppi per ettaro per abbassare i costi di meccanizzazione e allungare i tempi di maturazione, non è un aneddoto tecnico: è la dimostrazione che una Doc può restare rigorosa e insieme adattarsi, se qualcuno ha il coraggio di metterci mano prima che la crisi lo imponga.

Colpisce, in particolare, il rifiuto netto delle scorciatoie più di moda. Panont non crede che i vitigni Piwi siano la soluzione, e indica invece nei vitigni ausiliari, quel patrimonio ampelografico autoctono ancora largamente sottoutilizzato, la strada più coerente con l’identità dei territori italiani. È una posizione che richiede più lavoro scientifico e meno slogan, esattamente il tipo di scelta che un ufficio ministeriale dovrebbe saper sostenere con continuità, invece di lasciarla alla buona volontà di singoli consulenti e Consorzi più illuminati.

Ma il punto più importante dell’intervista, forse, riguarda il ruolo che i Consorzi di tutela dovrebbero smettere di rivendicare. Panont lo dice senza indugi: un Consorzio non può fare il mercato. Non può fissare il prezzo delle uve, non deve trasformarsi in agenzia turistica per far decollare da solo l’enoturismo e non può essere né un centro di assistenza agricola né un sindacato. Deve, invece, strutturarsi con competenze tecniche vere, capaci di leggere numeri, mercati e bilanci, mettendo in comune risorse tra Consorzi più piccoli invece di moltiplicare sigle senza sostanza. È una diagnosi scomoda per un sistema che negli anni ha riempito troppi Consorzi di uomini del marketing, trascurando la formazione e la competenza tecnica che oggi servirebbero di più.

E quando gli si chiede della vendemmia 2026, Panont rifiuta la scorciatoia più comoda, quella di misurare la salute del settore sul solo successo del Prosecco: le rese sono basse, i costi di produzione sono saliti fino a triplicare il valore riconosciuto all’uva, e non basta che una filiera funzioni per dire che l’intero sistema regge. È lo sguardo di chi conosce i numeri della filiera meglio di chi dovrebbe scriverne le politiche ed è esattamente per questo che le sue parole meritano più peso istituzionale di quanto oggi ne abbiano.

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