Roma è la prima capitale europea a vietare il cibo ultraformulato nelle mense scolastiche. La stessa settimana, Bruxelles pubblica le nuove regole sugli appalti pubblici senza imporlo a nessun altro
Il nuovo bando per la ristorazione scolastica del Comune di Roma Capitale, quasi 24 milioni di pasti l’anno in 816 scuole, esclude per la prima volta in una capitale dell’Unione europea i cibi ultraformulati, abbandonando anche il criterio del massimo ribasso a favore della qualità e della filiera corta. Ma il Public Procurement Act pubblicato in questi giorni dalla Commissione europea non introduce alcun divieto specifico sugli ultraformulati nelle gare per la ristorazione pubblica, e Coldiretti e Filiera Italia protestano duramente.

Il gesto di Roma merita di essere isolato dalla polemica che lo accompagna, perché è più radicale di quanto un titolo di cronaca lasci intendere. Non si tratta di una linea guida nutrizionale o di una campagna di sensibilizzazione rivolta alle famiglie, ma di una riscrittura delle regole con cui il Comune sceglie chi fornisce da mangiare a 150mila bambini ogni giorno, privilegiando prodotti di stagione, filiere agricole tracciabili e territorio, e abbandonando il criterio del prezzo più basso che per decenni ha orientato gli appalti pubblici italiani. È una leva strutturale, non comunicativa, ed è esattamente il tipo di intervento che può davvero spostare il modo in cui un’intera generazione impara a mangiare.
Il problema, secondo Coldiretti e Filiera Italia, è che questo gesto rischia di restare un caso isolato, per scelta, non per necessità. Il nuovo regolamento europeo sugli appalti pubblici, appena pubblicato dalla Commissione, riscrive integralmente le regole del settore ma non introduce alcun divieto specifico per il cibo ultraformulato nelle gare di ristorazione collettiva, lasciando che la scelta di Roma resti un’eccezione replicabile ma non un obbligo condiviso. Le due organizzazioni parlano apertamente di una salute pubblica piegata agli interessi delle multinazionali del cibo ultraformulato, e chiedono ora che sia il Parlamento europeo a correggere la proposta della Commissione prima della sua approvazione definitiva.
È un caso che vale la pena osservare con attenzione, al di là dei toni della polemica, perché fotografa con precisione un problema più ampio: l’Italia, a livello locale, sta dimostrando che è possibile tradurre in regole concrete di appalto l’idea che qualità, territorio e stagionalità debbano contare quanto il prezzo. Ma senza una cornice normativa europea altrettanto ambiziosa, questa capacità resta affidata alla volontà politica di ogni singola amministrazione, comune per comune, invece di diventare uno standard minimo garantito a tutti i bambini italiani ed europei, indipendentemente da dove vivono.
Vale la pena ricordare, per chi si occupa di vino e di territorio, che il linguaggio usato dal bando romano, valorizzazione dei prodotti locali, stagionalità, qualità delle filiere agricole, è lo stesso vocabolario con cui negli ultimi mesi questa rubrica ha raccontato le denominazioni italiane più solide. La battaglia per il territorio, evidentemente, si combatte anche nei capitolati di un appalto scolastico, non solo tra i filari.
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