L’olio italiano vive un paradosso e il paradosso ha un nome: abbondanza
C’è un dato che ribalta la narrazione degli ultimi tre anni. Dopo le annate di magra, la produzione nazionale di olio d’oliva registra un balzo del 31% nella campagna 2025/26, mentre i concorrenti storici arretrano: la Spagna cala del 9%, la Grecia crolla del 18%. L’Italia torna protagonista sullo scacchiere europeo. Ma attenzione: nel mondo dell’olio, tornare protagonisti non significa tornare felici.
Il meccanismo è quello dell’alternanza produttiva, la fisiologia ciclica degli oliveti che regala annate generose dopo stagioni scarse. La stagione 2025/26 ha premiato il Belpaese proprio grazie a questo rimbalzo naturale. Il risultato commerciale è ambivalente: più prodotto disponibile apre nuovi mercati (crescono le spedizioni verso Cina, Brasile, Regno Unito e Giappone), ma affossa i prezzi all’origine, che secondo le rilevazioni di settore si sono dimezzati rispetto ai picchi delle ultime campagne, con i frantoi che segnalano giacenze record.
E qui la seconda ironia della stagione. Mentre l’Italia produce di più, esporta di meno dove più conta. Negli Stati Uniti, il mercato premium per eccellenza del Made in Italy, il valore dell’export è crollato del 40% nei primi mesi del 2026, passando da 370 a 223 milioni di dollari, con i volumi in calo del 33%. La causa non è la qualità, semmai il contrario: sono i dazi americani sull’agroalimentare premium a spiegare la frenata, secondo l’Osservatorio sul mercato oleario di Certified Origins. Si produce meglio e si vende peggio: la formula riassume la contraddizione strutturale dell’olio tricolore.
Sul fronte interno la partita non è meno complicata. L’olivo italiano sta attraversando un’estate fisiologicamente impegnativa, con temperature stabilmente sopra i trenta gradi e scarse precipitazioni: condizioni che accelerano lo sviluppo dei frutti ma alzano l’allerta idrica e il rischio di attacchi della mosca olearia, soprattutto negli areali costieri e irrigui. Gli operatori guardano con apprensione anche al caro-fertilizzanti, che rischia di erodere margini già compressi dal crollo dei prezzi.
Resta il tema identitario, quello su cui l’Italia gioca la sua carta migliore: la tracciabilità. Mentre cresce la pressione di oli esteri, africani e iberici su un mercato europeo sempre più liberalizzato, il vero discrimine per il consumatore non è più solo il gusto, ma la certezza dell’origine. In questo la genericità del “100% italiano” resta l’unico argomento davvero difendibile contro la logica del prezzo più basso.
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