Il vino italiano chiede scelte coraggiose, ma è più comodo continuare a non farne
Cinquantatré milioni di ettolitri in cantina, una bottiglia su cinque declassata, l’export Usa che scende del 15,4% e una scadenza tariffaria il 24 luglio: il settore ha diagnosticato il proprio male con una precisione che raramente si accompagna alla cura.
C’è qualcosa di paradossale nel modo in cui il vino italiano affronta le proprie crisi: le racconta con una lucidità impeccabile, poi rimanda la decisione al congresso successivo. All’assemblea generale di Unione Italiana Vini, andata in scena a Roma l’8 luglio per i 130 anni dell’associazione, il presidente Lamberto Frescobaldi ha detto una frase che vale più di ogni tabella: «Meglio una decisione sbagliata che nessuna decisione». Il problema è che, storicamente, il settore ha sempre scelto la terza opzione, quella che non è nella frase.
I numeri spiegano l’urgenza. Le giacenze tra vino e mosti hanno superato i 53 milioni di ettolitri, il livello più alto dal 2022, mentre una bottiglia su cinque viene oggi declassata a categoria inferiore pur di collocarla sul mercato, con un’erosione di valore stimata in 516 milioni di euro. È una strategia che allevia il magazzino e affossa il prezzo medio, cioè cura il sintomo aggravando la malattia. Sullo sfondo, i consumi interni arretrano del 2% e l’export mondiale perde l’8,3% a valore nel primo trimestre.
Il fronte americano resta il più delicato. Le vendite verso gli Stati Uniti sono scese del 15,4% nel primo quadrimestre, e la filiera guarda con apprensione al 24 luglio, data entro cui scade il regime tariffario temporaneo introdotto dagli Usa. Dal ministero degli Esteri arriva una rassicurazione parziale: il dazio non dovrebbe superare il tetto del 15% già discusso, mentre resta aperta, non abbandonata, la richiesta italiana di un’esenzione specifica per il comparto. È il tipo di rassicurazione che tiene in piedi un trimestre, non una strategia.
Eppure sarebbe disonesto raccontare solo il crollo. Al Concours Mondial de Bruxelles, che ha assegnato le proprie medaglie a Roma, l’Italia ha portato a casa 475 riconoscimenti, di cui 22 Grandi Medaglie d’Oro distribuite tra Veneto, Sicilia, Puglia, Abruzzo e Piemonte: la qualità diffusa non è un problema del vino italiano, lo è la sua capacità di trasformarla in prezzo.
Sul fronte della ristorazione il quadro è, se possibile, meno drammatico di quanto si tenda a raccontare: secondo l’ultima rilevazione della FIPE, a maggio i ristoranti hanno segnato una crescita del 3,6% nelle visite e del 5,9% a valore, confermandosi il vero motore della ripresa dei consumi fuori casa, mentre bar e locali reggono senza slanci e asporto e delivery continuano a perdere terreno. È la controprova che l’esperienza al tavolo, quando è ben gestita, vale ancora più di ogni sconto sul fuori casa.
Sul territorio, intanto, il racconto prosegue senza attendere le assemblee romane: a Frascati, oggi alle 17.30 a Palazzo Marconi, vengono presentate alle stampa le etichette dell’areale premiate al Concorso Internazionale Città del Vino, l’ennesima conferma che l’enoturismo dei Castelli Romani continua a costruirsi un’identità propria, un evento alla volta.
Sul fronte degli eventi, la stagione entra nel vivo: dal 24 luglio al 16 agosto va in scena in tutta Italia Calici di Stelle, con il culmine attorno alla Notte di San Lorenzo del 10 agosto; in Versilia, a Levigliani, dal 30 luglio al 2 agosto arriva il WineArt Festival tra vino, arte e musica; e in Veneto sono già partite le Notti del Vino tra Conegliano, Valdobbiadene, Vittorio Veneto e Fregona, che accompagneranno il territorio della Marca fino a fine estate.
Dal 45° è la rubrica quotidiana che racconta il vino italiano — tra cantine, mercati, ristorazione ed enoturismo — con lo sguardo di chi preferisce la lettura scomoda alla narrazione di comodo.
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