L’enogastronomia italiana, tra numeri da record e la trincea dei dazi
C’è un’Italia dell’enogastronomia che nel 2025 ha chiuso in trionfo, e un’Italia del 2026 che fa i conti con la realtà geopolitica. Tenerle insieme, senza cedere né all’euforia né all’allarmismo, è l’unico modo per capire davvero cosa sta succedendo.
Partiamo dai numeri che consolano. Nel 2025 il vino si è confermato uno dei pilastri dell’agroalimentare nazionale, generando un saldo commerciale positivo di 7,2 miliardi di euro, frutto di esportazioni per 7,7 miliardi a fronte di importazioni per poco più di 565 milioni. Un risultato che pesa quasi la metà dell’intero surplus di “alimentari e bevande” italiano, arrivato a superare i 15 miliardi di euro. Il vino, da solo, incide per il 46,7% sul saldo commerciale dell’intero comparto agroalimentare: un dato che dice tutto sul ruolo strategico della bottiglia italiana nell’economia del Paese.
Poi arriva il 2026, e la narrazione si complica. Nel primo quadrimestre l’export di vino italiano segna un nuovo arretramento, -15,4% a valore, dopo la chiusura 2025 già negativa a -9,2%. Il primo trimestre da solo aveva segnato -8,3%: la tendenza, insomma, non accenna a invertirsi, complici i dazi, la svalutazione del dollaro e un calo strutturale dei consumi statunitensi che dura ormai da cinque anni.
Gli Stati Uniti restano il vero nodo. Da aprile 2025 a marzo 2026 le esportazioni verso gli Usa sono diminuite del 17%, per un gap stimato in circa 340 milioni di euro. Eppure, dentro questo quadro cupo, un segnale timido di riequilibrio c’è: ad aprile i valori commercializzati verso gli Stati Uniti hanno segnato una lieve inversione di rotta, +1,6%, dopo dieci mesi consecutivi di pesanti perdite. Poco, ma è il primo dato positivo dopo una lunghissima serie negativa.
Se il vino soffre, l’olio soffre ancora di più. Nei primi quattro mesi del 2026 le importazioni statunitensi di extravergine italiano sono scese da 370 a 223 milioni di dollari, un tracollo del 40% in valore e del 33% in volumi. Nel complesso, secondo i dati dell’Us Census Bureau ripresi da Agrisole, le principali categorie del made in Italy alimentare registrano nei primi quattro mesi dell’anno una contrazione vicina al 25% in valore verso gli Stati Uniti, primo mercato di riferimento per il comparto.
Dietro le cifre, c’è anche un costo meno visibile ma altrettanto reale: la mancata integrazione del mercato interno europeo vale, secondo le stime, circa 57 miliardi di euro solo per l’agroalimentare, un costo nascosto fatto di adempimenti duplicati e regole non armonizzate che pesa ogni giorno sulle imprese, dazi americani a parte.
Il presidente di Unione Italiana Vini, Lamberto Frescobaldi, lo ha messo in chiaro durante l’ultima assemblea nazionale a Roma: gli Stati Uniti restano il primo mercato, oggi e in prospettiva, e per questo la partnership commerciale va preservata nonostante le tensioni. Un appello che suona come una scommessa sul tempo, più che sui numeri del momento.
Da tenere d’occhio. Il 24 luglio l’amministrazione statunitense definirà il nuovo quadro normativo delle tariffe: una data che il settore vitivinicolo ed enogastronomico italiano guarda con più apprensione di qualunque bilancio trimestrale, perché da lì dipenderà se il timido rimbalzo di aprile resterà un episodio isolato o l’inizio di una vera inversione di tendenza.
