Alle Cinque Terre, almeno un vino su due nei ristoranti arriva ormai dal territorio. In Abruzzo, nello stesso weekend, una cantina sociale lancia l’allarme sulla tenuta del reddito dei viticoltori: la stessa Italia del vino, due destini opposti

Secondo il presidente provinciale Fipe di La Spezia, Diego Sommovigo, tra Cinque Terre e Luni almeno il 50% delle etichette presenti nei ristoranti proviene oggi dal territorio, sostenuto da investimenti delle cantine locali in qualità e professionalità. A poche centinaia di chilometri di distanza, la Bio Cantina Sociale di Orsogna segnala una vendemmia abruzzese segnata da siccità, produzione in calo e prezzi che rischiano di compromettere il reddito dei viticoltori.

C’è un dato, tra quelli emersi nel weekend, che merita di essere raccontato come una buona notizia senza troppi distinguo: nelle Cinque Terre e nella zona di Luni, almeno la metà dei vini presenti sulle carte dei ristoranti arriva oggi dal territorio stesso. È un risultato che ribalta la logica più comune, quella per cui il vino locale finisce in carta per mancanza di alternative o per pigrizia commerciale. Qui succede l’esatto contrario: il territorio delle Cinque Terre, con la sua viticoltura eroica su terrazzamenti che il turismo internazionale riconosce come un unicum paesaggistico, trasforma il vino locale nel vero prodotto che il visitatore cerca, non in un ripiego. Gli investimenti delle cantine in qualità e professionalità, sottolinea Sommovigo, hanno reso quella scelta commercialmente conveniente anche per il ristoratore, non solo culturalmente coerente.

È lo stesso principio, applicato con successo, che rende difficile generalizzare qualsiasi discorso sul vino italiano senza guardare caso per caso: perché nello stesso weekend, da Orsogna, in Abruzzo, arriva un segnale di segno completamente opposto. Camillo Zulli, enologo e direttore della Bio Cantina Sociale, descrive una vendemmia 2026 complicata dalla siccità, con una produzione in calo e pressioni sui prezzi che minacciano concretamente il reddito dei viticoltori conferitori. Non è un problema di narrazione o di posizionamento commerciale, come nel caso ligure, è un problema climatico ed economico diretto, che colpisce un modello cooperativo fatto di tanti piccoli produttori con margini già stretti in partenza.

Sono due storie che, messe una accanto all’altra, spiegano meglio di qualsiasi dato nazionale aggregato perché parlare di “il vino italiano” al singolare sia sempre più fuorviante. Il quadro complessivo, del resto, conferma questa doppia velocità anche nei numeri di sistema: a luglio le giacenze nelle cantine italiane sono scese a 42,6 milioni di ettolitri, l’8,6% in meno rispetto a giugno, ma restano ancora il 6,9% sopra il livello dello stesso mese dell’anno precedente. Un miglioramento reale, ma parziale, che si distribuisce in modo tutt’altro che uniforme tra chi, come le Cinque Terre, ha trasformato il proprio limite geografico in un vantaggio commerciale, e chi, come l’entroterra abruzzese, continua a fare i conti con un clima e un mercato che non lasciano molto margine di manovra.

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