In un borgo che riceve tre milioni di turisti l’anno, l’unico grande vino bianco della Toscana rischia di essere ricordato solo come souvenir
La Vernaccia di San Gimignano occupa una posizione più unica che rara nel panorama enologico toscano, essendo l’unico grande bianco in una regione costruita attorno ai rossi blasonati. Eppure, nell’immaginario di chi la acquista, resta spesso associata più al borgo medievale che alla qualità del vino stesso, una percezione che il Consorzio di tutela sta provando a correggere, non senza difficoltà.
Il problema della Vernaccia non è la qualità, che critici e produttori concordano nel definire superiore a quanto il mercato le riconosca, struttura, tensione sapida, capacità di invecchiare, versatilità a tavola. Il problema è dove e come viene venduta. Nella grande distribuzione, che intercetta circa il 70% degli acquisti di vino delle famiglie italiane, la Vernaccia finisce quasi sempre negli scaffali di fascia bassa, con una comunicazione che continua a puntare sull’immagine delle torri del borgo piuttosto che sulle caratteristiche del vino. Il risultato è un cortocircuito difficile da sciogliere: agli occhi di molti consumatori, la Vernaccia resta un souvenir enologico, non uno dei grandi bianchi italiani.

Il Consorzio ha provato a rispondere con un evento pensato apposta per rovesciare questa narrazione, Regina Ribelle, portato fuori dal calendario delle tradizionali anteprime toscane di febbraio e spostato a maggio, quando il vino ha avuto il tempo di mostrare una versione più compiuta di sé, meno acerba e più leggibile per la critica internazionale. La scelta ha coinciso con un anniversario doppio, i settecentocinquanta anni dall’introduzione del vitigno nel territorio e i sessant’anni dal riconoscimento della Doc, la prima in Italia. La vicepresidente del Consorzio, Lisanna Boschini, ha sintetizzato l’obiettivo con una frase che vale la pena riportare: l’obiettivo non è diventare qualcosa di nuovo, ma dimostrare di essere già il grande vino bianco di Toscana.
È un obiettivo chiaro, ma la sua esecuzione racconta anche quanto sia complicato allineare un’intera denominazione attorno a una stessa ambizione: alla manifestazione pensata per rilanciare l’immagine del vino ha partecipato solo una minoranza delle aziende associate al Consorzio, un segnale che il consenso interno su come e quanto investire in questo riposizionamento resta tutt’altro che scontato. Riposizionare un vino non significa solo convincere il consumatore a pagarlo di più, significa prima convincere un numero sufficiente di produttori a resistere insieme alla tentazione di venderne di più, subito, al prezzo che il mercato è già disposto a riconoscere.
È una fatica che accomuna molte denominazioni italiane meno note dei grandi nomi internazionali, ed è forse la parte più sottovalutata del lavoro di un Consorzio di tutela: non solo proteggere un disciplinare, ma cambiare, un’annata alla volta, l’idea che il pubblico si è fatto di un vino prima ancora di assaggiarlo.
In breve sugli eventi: prosegue fino al 25 ottobre “Cantine Aperte in Vendemmia” del Movimento Turismo del Vino.
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