Una cooperativa abruzzese sta pagando i propri viticoltori per gli ettari coltivati, non per i quintali prodotti
Cantina Tollo ha ampliato la propria base produttiva di 133 ettari, arrivando a un totale di 2.490 tra Abruzzo, Molise e Puglia, con varietà autoctone come Montepulciano, Pecorino, Trebbiano e Passerina. Ma il dettaglio più interessante non è la crescita in sé, è il modello economico che la accompagna: il progetto “Vigneto Avanzato” remunera i piccoli viticoltori in base agli ettari lavorati, non alla quantità di uva conferita.
Nelle ultime settimane questa rubrica ha raccontato più volte come il settore stia cercando, spesso con fatica, di tagliare le rese per riequilibrare un mercato sommerso dalle giacenze, dalla Toscana che ha approvato tagli fino al 20% alla Puglia che ancora non trova una risposta altrettanto rapida. Quasi sempre, quel taglio arriva dall’alto, imposto da un Consorzio o da una Regione a un sistema di remunerazione che continua, alla base, a premiare chi produce di più. Il progetto di Cantina Tollo prova invece a intervenire direttamente su quella logica: pagando i piccoli viticoltori in base agli ettari coltivati piuttosto che ai quintali consegnati, l’incentivo economico a spingere la produzione oltre il necessario viene rimosso alla radice, non corretto a posteriori con un decreto regionale.

È una differenza che sembra tecnica ma non lo è affatto. Un sistema che paga per quintale spinge inevitabilmente verso la resa massima, indipendentemente da quanto il mercato sia già saturo; un sistema che paga per ettaro lavorato allinea invece il reddito del viticoltore alla cura del terreno, non al volume che riesce a strappargli. Per i piccoli produttori, spesso i più esposti quando i prezzi dello sfuso crollano proprio a causa dell’eccesso di offerta, significa una stabilità economica che non dipende più dall’andamento imprevedibile di ogni singola annata.
Sul fronte della distribuzione, la stessa rassegna di oggi segnala un altro esperimento che merita attenzione, questa volta sul lato opposto della filiera: alcune cantine italiane stanno sperimentando temporary shop del vino ospitati in librerie, gioiellerie, ottiche e showroom di design, uscendo dai canali commerciali tradizionali per intercettare un pubblico che, semplicemente, in un’enoteca non ci sarebbe mai entrato. È un’idea minima nella sua esecuzione, ma coerente con un tema che questa rubrica ha già affrontato a proposito della conversione tra visita e acquisto: se il cliente non arriva spontaneamente al vino, forse conviene portare il vino, per una sera, dove il cliente si trova già.
Sono entrambi interventi meno fotogenici di un evento in vigna o di una nuova sala degustazione, e per questo rischiano di passare inosservati. Ma agire sul come si paga un viticoltore o su dove si vende una bottiglia, invece che solo su quanto se ne produce, potrebbe rivelarsi la parte più concreta di come il settore prova davvero a uscire da questa fase.
In breve sugli eventi: parte oggi a Tarquinia il DiVino Etrusco, ventesima edizione, con oltre cinquanta cantine fino al 23 e poi dal 27 al 29 agosto.
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