La Sicilia del vino non ha un problema di visitatori, ne ha uno di conversione: sei cantine su dieci ricavano meno del 10% del fatturato dall’enoturismo, anche se gli arrivi crescono più che in Toscana e in Veneto

Lo racconta ieri Gambero Rosso, presentando il rapporto “Enoturismo in Sicilia nel 2026”, realizzato da Ceseo per Assovini Sicilia: un’isola che attrae sempre più visitatori stranieri, ma che fatica a trasformare quella curiosità in un ricavo stabile.

C’è un dato, tra quelli riportati ieri da Gambero Rosso, che merita di aprire la riflessione: tra il 2019 e il 2024 gli arrivi turistici nei comuni delle principali denominazioni Dop siciliane sono cresciuti del 12,4%, trainati dall’Etna Doc con un +17,4%, davanti al Friuli Venezia Giulia (+11,4%), al Veneto (+8,3%) e alla Toscana (+6,7%). È un primato che pochi territori vitivinicoli italiani possono vantare, confermato dal fatto che il 61,4% delle cantine isolane ha dichiarato un aumento dei visitatori solo nell’ultimo anno, quasi tre quarti delle quali indicano proprio la clientela straniera, europea e statunitense, come motore di questa crescita. La Sicilia, insomma, non ha più bisogno di farsi scoprire.

Ed è proprio qui che il rapporto, curato dal professor Antonello Maruotti della Lumsa su un campione di 237 cantine aderenti al Movimento Turismo del Vino, individua il vero limite del sistema: quasi sei aziende su dieci dichiarano che l’enoturismo, esclusa la vendita diretta, genera meno del 10% del fatturato complessivo. Il modello prevalente resta quello della visita giornaliera ad alto potenziale di conversione, non quello dell’ospitalità residenziale pienamente integrata: contano la vendita di vino ai turisti e le degustazioni a pagamento, pesano molto meno pernottamenti e pasti. È lo stesso conversion gap, tra curiosità e relazione commerciale duratura, che questa rubrica ha già raccontato a proposito di altre regioni italiane, qui fotografato con una precisione statistica raramente disponibile a livello locale.

Non è un problema di offerta, che il rapporto definisce robusta: sale degustazione diffuse, personale formato, percorsi di visita strutturati, parcheggi anche per i pullman e quasi sei cantine su dieci che hanno lanciato una nuova esperienza proprio per il 2026. Il posizionamento sui prezzi, tra i 10 e gli 80 euro con una media di 25, in linea con il resto d’Italia, fino a una media di 55 euro per le proposte di fascia Premium, mostra semmai una scommessa consapevole sulla qualità.

Il punto debole è più sottile ed è quello su cui l’isola dovrebbe investire ora che la domanda è già garantita: la fidelizzazione. I wine club, strumento ormai centrale nel mercato statunitense per trasformare un visitatore occasionale in un cliente ricorrente, restano rari in Sicilia, e l’intelligenza artificiale, adottata solo dal 30,6% del campione, viene usata quasi esclusivamente per marketing e contenuti, non per la gestione dell’esperienza turistica o della relazione con il cliente, frenata da competenze digitali insufficienti nel 65% dei casi. La Sicilia ha risolto la parte più difficile, farsi cercare. Ora deve risolvere quella più redditizia: farsi ricordare.