L’Italia del vino ha scelto di non pubblicare stime nazionali di vendemmia. Il risultato è che, leggendo consorzio per consorzio, si scopre che in Toscana c’è chi taglia le rese e chi nello stesso momento scommette sulla crescita

Settimane fa questa rubrica raccontava l’orientamento delle organizzazioni di categoria a non diffondere più le tradizionali stime produttive nazionali. È accaduto davvero: il quadro della vendemmia 2026 va ricostruito oggi denominazione per denominazione, e proprio questo mosaico rivela una spaccatura che un dato aggregato avrebbe nascosto.

Il primo dato interessante non riguarda un singolo territorio, riguarda il metodo. Come conferma anche Gambero Rosso, l’Italia affronta questa vendemmia senza una stima nazionale di riferimento, ricostruendo il quadro attraverso le previsioni dei singoli Consorzi di tutela. È esattamente lo scenario anticipato in questa rubrica settimane fa, quando le associazioni di categoria avevano lasciato intendere di voler evitare numeri troppo precoci per non alimentare speculazioni sui prezzi. La scelta ha una logica difensiva comprensibile, ma ha anche un effetto collaterale che oggi si vede con chiarezza: senza un dato unico, restano visibili solo le voci dei singoli territori ed è proprio leggendole una per una che emerge una contraddizione interna che meritava più attenzione.

In Abruzzo, il Consorzio guidato da Alessandro Nicodemi prevede l’avvio della raccolta in questi giorni per Chardonnay, Pinot Grigio e Pecorino, con il Montepulciano atteso solo da metà settembre. Il quadro fitosanitario è definito positivo, nonostante gelate tardive e una grandinata localizzata nel Teramano il 21 luglio. Ma il dato che pesa di più, in questo caso, non è agronomico: gli imbottigliamenti regionali segnano un calo del 6% negli ultimi sei mesi, attribuito soprattutto all’incertezza geopolitica ed economica più che a un problema di qualità o di offerta.

Il caso più istruttivo, però, arriva dalla Toscana, la stessa regione che questa rubrica ha raccontato – tra le polemiche – con diciotto mesi di vino invenduto e con la Regione che ha approvato tagli alle rese fino al 20% per Brunello, Chianti e Chianti Classico. Perché la Doc Maremma, all’interno della stessa Toscana, ha scelto la direzione opposta: nessun taglio delle rese per il 2026, con una stima preliminare di crescita del 5% in volume sull’anno scorso, e punte del 10% in alcune zone. Forse non è un errore di comunicazione, ma una scommessa esplicita e diversa.

Il punto non è stabilire chi tra i due abbia ragione, la prudenza del Chianti o l’ottimismo della Maremma ma è che, senza un quadro nazionale a fare da bussola, questa divergenza resta visibile solo a chi ha la pazienza di leggere ogni singolo comunicato consortile. Per un settore che chiede da mesi maggiore coerenza strategica, scoprire che due denominazioni della stessa regione stanno rispondendo alla stessa crisi in modo opposto dice più sulla reale coesione del comparto di qualunque numero aggregato avrebbe potuto dire.