Il vino italiano ha aspettato il sultano. E il sultano non è mai arrivato

C’era una volta un settore che si credeva invincibile. Il vino italiano, il migliore del mondo, dicevano tutti, i francesi tremano, dicevano tutti. E intanto per un decennio buono questo settore in tanti casi se ne è stato fermo ad aspettare. Aspettava la magia. Aspettava il miracolo. Aspettava soprattutto lui, il sultano, quello che prima o poi avrebbe bussato alla porta e comprato tutto – botti, vigneti, capannoni e debiti – salvando in un colpo solo ciò che nessuno aveva avuto il coraggio di salvare da sé.

Il sultano non è arrivato. Sapete qual è il punto? Non i consumi che calano, non il clima impazzito, non l’Europa matrigna con le sue etichette e i suoi balzelli. Il punto è che un sistema mastodontico, fatto di migliaia di piccoli produttori e di pochi grandi poli egemoni che hanno raccolto quelli che erano già naufraghi, si è condannato da solo all’immutabilità. Non ha saputo scegliere nella maggior parte dei casi nonostante molte eccezioni. E chi non sceglie, in economia come nella vita, viene scelto da altri, di solito male.

Provate a chiedere in giro chi è il colpevole del disastro enologico italiano in termini d’incapacità di generare valore e di crescere davvero nel tempo. Sentirete un coro. Colpa dei consumi, dicono, gli italiani bevono meno, i giovani preferiscono la birra, colpa del tempo che non lascia respiro, colpa della cantina cooperativa che paga poco l’uva, colpa dell’imbottigliatore che specula, colpa del governo che non aiuta, colpa dell’Europa che complica tutto con le sue direttive. Un rosario di colpe altrui, recitato con la stessa convinzione con cui un tempo si recitava quello vero, la sera, in famiglia.

Nessuno, o quasi nessuno, si guarda allo specchio. Nessuno si chiede perché per dieci anni non abbia investito un euro in comunicazione, in enoturismo, in mercati nuovi o in innovazione dei processi aziendali, preferendo aspettare che il prezzo dell’uva risalisse da solo, per grazia divina o per capriccio del destino.

Eppure, diciamolo con chiarezza, non è che in Italia manchino gli esempi virtuosi. Ci sono aziende, sparse dal Piemonte alla Sicilia, passando per l’Oltrepò Pavese che conosco bene, che le scelte coraggiose le hanno fatte in tempo utile, quando ancora si poteva scegliere senza l’acqua (o le giacenze) alla gola. Hanno investito quando gli altri tagliavano i costi. Hanno aperto all’estero quando gli altri si lamentavano del mercato interno. Hanno scelto la qualità e il vigneto mentre gli altri facevano la gara ai quintaloni, alle maxi rese da non toccare. Hanno puntato sull’enoturismo quando gli altri consideravano i visitatori un fastidio da sopportare tra un imbottigliamento e l’altro.

Per questo sono state, spesso, prese in giro. Il produttore visionario, in un mondo di rassegnati, è sempre un po’ pazzo agli occhi dei colleghi. «Ma chi te lo fa fare», gli dicevano al bar. «Il mercato è questo, prendi o lascia». Lui prendeva. E soprattutto costruiva, mentre gli altri aspettavano il sultano.

Oggi si tira la riga e si fa il conto. E si vede benissimo chi ha lavorato e chi ha solo ciarlato e sperato. Le aziende che hanno scelto per tempo oggi piangono meno, vendono meglio, resistono alla crisi dei consumi con margini che agli altri sembrano fantascienza. Non perché siano state fortunate. Perché la fortuna, in economia, non esiste. Esiste la strategia, esiste la pazienza di costruirla, esiste il coraggio di essere presi per matti finché i numeri non ti danno ragione. Esiste abbandonare il concetto della famiglia o magari del cugino che sa tutto inserendo in organico figure competenti e concentrate sulla loro mansione.

Il vino italiano ha un futuro solo se smette di aspettare il sultano e comincia a comportarsi come chi il proprio destino se lo costruisce con le mani, vendemmia dopo vendemmia. Il resto sono chiacchiere da bar, ottime per passare il tempo, inutili per pagare i debiti, così come quegli eventi che servono solo come uno specchio e che non cambiano niente di strutturale. L’Italia del vino con il mito del record della produzione più grande ha perso. C’è un’Italia del vino da rifondare, con meno sindacato, meno denominazioni inutili, meno frammentazione e più capacità d’impresa.

Dal 45° — ogni giorno il vino italiano letto senza sconti: mercati, territorio, tavola.