L’olio extravergine sta vivendo, con qualche settimana di ritardo, esattamente la crisi che il vino racconta da mesi: vendite ferme, scorte alte, prezzi compressi. E come per il vino il turismo che ne racconta il territorio non è mai andato così bene

La nuova campagna olearia si apre con Confagricoltura, Unapol e Assofrantoi che chiedono misure urgenti per liquidità e accesso al credito, di fronte a vendite ferme e scorte elevate. Nello stesso momento, un’indagine segnala che 25 milioni di italiani cercheranno quest’estate un’esperienza legata al gusto, e l’oleoturismo cresce fianco a fianco con l’enoturismo. È lo stesso paradosso, raccontato da un’altra bottiglia.

C’è una coincidenza che vale la pena osservare, perché non sembra affatto casuale. Mentre questa rubrica ha raccontato per settimane le giacenze record del vino italiano, la richiesta di ridurre le rese, il dibattito sulla trasparenza dei dati, l’olio extravergine si prepara ad affrontare esattamente lo stesso copione. Le associazioni di categoria, Confagricoltura, Unapol e Assofrantoi, chiedono misure urgenti per liquidità e accesso al credito, di fronte a una nuova campagna che si apre con vendite ferme, scorte elevate e prezzi compressi lungo tutta la filiera. Cambia il prodotto, cambia la stagionalità, ma la grammatica della crisi resta identica: troppa offerta accumulata, poca capacità di trasformarla in prezzo.

E, come per il vino, la parte più vitale del sistema in questo momento non è la produzione, è l’esperienza. Un’indagine diffusa in questi giorni stima in 25 milioni gli italiani che nell’estate 2026 sceglieranno un’esperienza di turismo del cibo, con enoturismo, birraturismo, oleoturismo e turismo caseario che crescono tutti insieme, spinti dal successo di attività immersive come la raccolta delle olive, la partecipazione alla molitura o i laboratori di assaggio guidato. Oltre un terzo del budget vacanze degli italiani finisce ormai sulla tavola, e non è più un dettaglio, è diventato spesso la motivazione principale del viaggio.

Il problema, per l’olio, è lo stesso che questa rubrica ha già raccontato a proposito del vino nei ristoranti: anche quando il prodotto conquista il turista in cantina o in frantoio, fatica poi a essere valorizzato a tavola. Lo studioso Luigi Caricato lo ha ripetuto più volte durante il Forum Olio & Ristorazione, l’extravergine resta indispensabile in cucina ma viene ancora trattato da troppi ristoratori come una semplice voce di spesa, non come un ingrediente da raccontare con la stessa cura riservata a un’etichetta in carta dei vini. È lo stesso deficit culturale, applicato a una bottiglia diversa.

La lezione che vino e olio si stanno insegnando a vicenda, in questo momento, è la stessa: la crisi di prezzo non si risolve aspettando che il turista arrivi in azienda, si risolve solo se quella visita si traduce in un acquisto consapevole, in un racconto che prosegue anche dopo la degustazione, fino al ristorante e alla dispensa di casa.

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