Della terra che si arrende e di chi non la ascolta più
Lo dice un report che di mestiere guarda ai bilanci e non alle vigne, Askéon Pulse, firmato da Umberto Callegari, ed è forse per questo che fa più male: ottomilaottocentocinquantotto. Non è un numero, è un rosario di porte chiuse, di cantine spente, di mani che smettono di potare. Tra il 2020 e il 2023, in Italia, sono scomparse altrettante aziende vinificatrici: da trentottomilaottocentocinquantotto a trentamila, quasi un quarto del comparto, duecentoquaranta ogni mese, ogni mese un piccolo funerale senza fiori né necrologio. E noi, intanto, a discutere di dazi, come se il male venisse sempre da fuori, come se bastasse indicare l’America per non guardare il proprio cortile.
Io la terra l’ho sempre pensata come un testo da leggere piano, non un patrimonio da amministrare in fretta. E leggendo questi bilanci — che sono pubblici, e che quasi nessuno apre — ci si accorge che il dazio americano, con il suo diciassette per cento in meno di valore e i suoi trecentoquaranta milioni bruciati in un anno, è solo la febbre. Il male vero è più antico e più silenzioso: le imprese italiane hanno tagliato i prezzi di quasi il nove per cento pur di restare sullo scaffale, hanno pagato di tasca propria il dazio dell’importatore, e poi hanno continuato a tagliare anche in casa, mentre la spesa alimentare degli italiani cresceva. Un vino che si svende mentre il pane costa di più non è un vino in crisi di mercato. È un vino che ha smarrito la propria voce.
Quarantasei virgola cinque milioni di ettolitri dormono nelle cantine italiane alla vigilia della vendemmia, insieme a tre virgola sette milioni di ettolitri di mosto ancora da diventare vino. Più di quanto il Paese intero produca in dodici mesi. Io penso a quei numeri come a un fiume che non trova più il mare: acqua buona, trattenuta, che ristagna. E mentre ristagna, i grandi produttori — dicono le cifre di Mediobanca — hanno investito il novanta per cento nella cantina, il settantasette nell’efficienza energetica, appena il due virgola sei per cento del venduto in comunicazione. Hanno comprato acciaio, quando andava difeso il racconto. Hanno rinforzato i tini e lasciato morire la parola.
Perché il vino, l’ho scritto e ripetuto, non è un prodotto agroindustriale: è un atto di civiltà contadina che chiede di essere raccontato prima ancora di essere venduto. E chi vende un litro di rosso italiano a tre euro e settantaquattro, mentre il francese ne incassa nove e dieci per lo stesso ettaro di terra vitata, non ha un problema di prezzi. Ha un problema di dignità mancata: non si è mai preso la briga di dire al mondo chi è, da dove viene, quale mano lo ha fatto.
E qui viene il punto che brucia di più, perché non riguarda il clima né la finanza né Bruxelles: riguarda le famiglie. Il sessantasei per cento del patrimonio del settore resta in mani familiari, e in otto imprese su dieci comanda ancora chi possiede, non chi sa. Non è un’accusa — io amo i contadini, gli artigiani, i piccoli produttori ostinati che difendono un ettaro come un principio — ma è una constatazione: la vigna non basta più tenerla per eredità, va tenuta per competenza e strategia.
E qui c’è un errore che non nasce da un dazio né da un regolamento, ma da noi: per anni abbiamo scambiato la professionalità per un tradimento della tradizione, la managerialità per una parola da ufficio, estranea alla terra. Le reti d’impresa, che altrove hanno unito piccole cantine in una voce commerciale sola, capace di trattare, di esportare, di negoziare il prezzo invece di subirlo, qui sono rimaste un’ipotesi buona per i convegni. Abbiamo pensato che bastasse il mestiere delle mani e non è mai bastato: serve anche il mestiere di chi sa leggere un bilancio, aprire un mercato, dire di no a un socio quando ha torto. Non l’abbiamo voluto capire e quando lo abbiamo capito non l’abbiamo voluto abbracciare. È stato un errore grande, forse il più grande di tutti, perché non ha né stagione né vendemmia: si ripete ogni anno, silenzioso, uguale a se stesso.
Le eccezioni ci sono, e sono note: chi ha fatto entrare in casa qualcuno più bravo di sé guadagna il doppio, a volte il triplo. Ma sono poche, contate, quasi timide. La maggioranza dei fondatori del grande boom del vino italiano ha oggi tra i settanta e gli ottantacinque anni, e solo un passaggio su sette viene davvero pianificato. Il resto è un pranzo di famiglia rimandato, un discorso che nessuno vuole fare, un figlio a cui nessuno vuole dire di no. Due imprese familiari su tre, in Italia, non sopravvivono al cambio di mano fatto senza preparazione. È il conto che arriva sempre, in ogni mestiere contadino: chi non prepara la vendemmia, la perde.
E poi c’è Bruxelles, che nel suo linguaggio di regolamenti ha trovato la formula più comoda di tutte: pagare per smettere. Vendemmia verde, estirpazione, distillazione di crisi, finanziate fino al cento per cento, mentre la promozione — cioè raccontare il vino, portarlo nel mondo, dargli voce — si ferma all’ottanta. Lo si è già fatto, tra il 2008 e il 2011, con un miliardo di euro e centosettantacinquemila ettari estirpati in Europa: e due anni dopo l’Italia produceva un record storico, cinquantatré milioni di ettolitri. Si è tagliata la collina, che rende poco e racconta molto, e si è lasciata la pianura, che rende tanto e non racconta niente. Abbiamo scambiato la quantità per la salvezza, un’altra volta.
Io non credo che un Paese debba pagare i propri contadini per convincerli a sparire. Credo che debba insegnare loro — a chi vuole ascoltare — che la terra rende quando la si guarda negli occhi tutti i giorni, che il vino si difende con un nome vero e un contratto scritto, non con un sussidio all’estirpo. Il canale c’è già e lo sta indicando da tre anni chi ha voglia di vederlo: l’enoturismo cresce, la vendita diretta cresce, mentre il supermercato arretra. È la strada di sempre, quella che va dal produttore a chi beve senza passaggi inutili nel mezzo.
Restano dieci anni, davanti a noi, di vecchi vignaioli che devono lasciare il timone a chi verrà dopo. Sono la più grande occasione di rifondazione che questo mestiere abbia mai avuto, oppure la più grande liquidazione silenziosa mai vista in un Paese che si crede, ancora, il primo produttore del mondo. La differenza non la scriverà un regolamento europeo. La scriverà chi, la mattina dopo, avrà il coraggio di sedersi a un tavolo — di famiglia, prima ancora che di consiglio — e di dire la verità a chi ama.
Il vino buono, quello vero, non ha mai avuto paura della verità. Ha sempre avuto paura del silenzio.
(dati: Askéon Pulse, ISMEA-Agea, Unione Italiana Vini, Mediobanca, Corte dei Conti Europea)
Askéon Pulse, La Salute del Vino Italiano, aprile 2026. Il report completo su https://www.askeon.capital/insight/ottomilaottocentocinquantotto
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