È morto Emidio Pepe: ha passato sessant’anni a dimostrare con i fatti quello che oggi il settore prova a dimostrare con i comunicati stampa
Il patriarca del vino abruzzese si è spento ieri a 94 anni, dopo più di sessanta vendemmie. Nel 1964 scelse di imbottigliare un vino che in famiglia si vendeva sfuso, quando Montepulciano e Trebbiano erano considerati poco più che uve da taglio: la sua storia dice qualcosa di scomodo su come il vino italiano racconta oggi, in fretta e ad alta voce, tutto ciò che lui ha costruito in silenzio.

C’è un modo per misurare quanto sia cambiato il ritmo di questo settore ed è confrontarlo con la vita di chi lo ha attraversato per intero. Emidio Pepe è nato nel 1932 a Torano Nuovo, in provincia di Teramo, in una famiglia contadina che produceva vino sfuso dal 1899. Nel 1964 fece una scelta che allora lo isolava dagli altri viticoltori della zona: imbottigliare il proprio vino, puntando su due vitigni, Montepulciano e Trebbiano d’Abruzzo, che il mercato considerava marginali. Non lo fece con una campagna di comunicazione né con un piano industriale, lo fece con il tempo: dimostrando bottiglia dopo bottiglia, vendemmia dopo vendemmia, che quei vini potevano invecchiare, evolvere, competere con le denominazioni più blasonate del Paese. Ci sono voluti decenni perché il resto del mondo gli desse ragione.
È una lezione che stona, e non per caso, con il tono di questa stessa settimana: un settore che discute se pubblicare o meno le stime di vendemmia per paura di come verranno lette, che rincorre il titolo, la reazione, la settimana di mercato. Pepe ha costruito la propria autorevolezza esattamente al contrario, rifiutando le scorciatoie anche quando erano disponibili: la sua cantina è rimasta un caso studiato in tutto il mondo per la vinificazione tradizionale, la vendemmia manuale, l’assenza di tecnologie invasive, scelte che negli anni Sessanta sembravano arretratezza e che oggi vengono insegnate come metodo.
Le istituzioni abruzzesi hanno reso omaggio alla sua figura con parole che, per una volta, non sembrano di circostanza: il sottosegretario all’Agricoltura Luigi D’Eramo lo ha definito «un maestro che ha saputo cambiare per sempre il modo di raccontare» l’enologia abruzzese. È forse questa l’eredità più utile da trattenere oggi, in una settimana passata a discutere di trasparenza, di numeri, di comunicazione: che l’unico racconto del vino capace di durare sessant’anni è quello che si costruisce nel bicchiere, prima ancora che nel comunicato stampa.
