Il settore chiede da settimane “il coraggio delle decisioni” e la prima decisione coraggiosa che sceglie di prendere è tacere sui numeri della vendemmia
Dopo mesi passati a invocare trasparenza e scelte nette sulle giacenze, le organizzazioni di categoria italiane starebbero orientandosi, sull’esempio francese, a non diffondere più le tradizionali stime di vendemmia: meglio aspettare il consuntivo, dicono, piuttosto che dare numeri che potrebbero alimentare speculazioni sui prezzi in un momento già fragile.
C’è una contraddizione che vale la pena osservare fino in fondo. Per settimane questa rubrica ha raccontato un settore che chiedeva, a gran voce, decisioni coraggiose sulle giacenze e sui prezzi, con il presidente Uiv Lamberto Frescobaldi arrivato a dire che è meglio sbagliare che non decidere. Oggi, secondo indiscrezioni raccolte da WineNews, l’orientamento delle rappresentanze di filiera italiane starebbe cambiando in direzione esattamente opposta: niente più stime produttive diffuse a inizio o metà settembre, come accaduto ogni anno, ma dati soltanto a consuntivo, con le uve già in cantina. Il modello è quello adottato dalla Francia, dove le organizzazioni di categoria hanno chiesto formalmente al governo di non divulgare previsioni troppo precoci.
La logica dichiarata è comprensibile: numeri stimati e poi rivisti, in una fase in cui cantine e trader sono già sotto pressione, possono alimentare speculazioni sui prezzi di uve e vini sfusi, proprio mentre le prime uve arrivano in cantina con settimane di anticipo, come conferma la vendemmia già avviata in Sicilia, da Cantine Settesoli a Cantine Ermes, e in Oltrepò Pavese, all’azienda Defilippi – I Gessi e a breve alla tenuta Conte Vistarino. Ma la stessa logica, letta al contrario, dice anche un’altra cosa: quando il settore era convinto che i propri numeri raccontassero una storia di forza, le stime si pubblicavano eccome, con soddisfazione e comunicati stampa dedicati. Il silenzio, in altre parole, non è mai neutro: è sempre una scelta comunicativa travestita da prudenza tecnica ed è lecito chiedersi se protegga davvero il mercato o solo la narrazione che il settore preferisce dare di sé stesso in un anno complicato in cui vengono al pettine tanti nodi, che negli anni scorsi non si sono mai voluti affrontare davvero.
Intanto, nello stesso comparto ma su un altro segmento, i numeri si pubblicano senza alcuna esitazione: Moët Hennessy, la divisione vini e distillati di Lvmh, ha diffuso ieri i propri risultati di metà anno con una crescita organica del 7% sul primo semestre 2025, per un fatturato di 1,42 miliardi di euro sui grandi marchi del gruppo. Chi vende Champagne e distillati di lusso non ha alcun timore reverenziale verso i propri numeri, perché quei numeri raccontano successi o comunque strategie di filiera decennali molto precise. Il vino italiano in crisi (eccetto rare eccezioni), quello meno protetto da un marchio globale, sembra invece aver deciso che l’unico modo per proteggere il valore del proprio prodotto sia smettere, per qualche mese, di misurarlo ad alta voce.
In breve sugli eventi: la vendemmia 2026 prosegue nei prossimi giorni in diversi territori, dalla Sicilia all’Oltrepò Pavese; grande attenzione intanto, in tutta Italia, per Calici di Stelle con eventi diffusi in ogni regione fino al 16 agosto.
Dal 45° — ogni giorno il vino italiano letto senza sconti: mercati, territorio, tavola.
