L’America compra meno vino italiano e lo paga di meno, ora andiamo a venderglielo sul molo

Da lunedì e fino a oggi al Pier 36 di New York va in scena la terza edizione di Vinitaly USA. È la prima a New York, dopo le due di Chicago, ed è organizzata da Veronafiere con l’Italian Trade Agency. Gli organizzatori parlano di circa 300 aziende, 2.500 etichette e oltre mille buyer preregistrati da 35 Paesi, più la tredicesima edizione del wine2wine Vinitaly Business Forum, con oltre venti sessioni. La motivazione l’ha data il presidente dell’agenzia, Matteo Zoppas: colmare il vuoto lasciato dall’assenza di una vera fiera del vino negli Stati Uniti. Il primo mercato di sbocco del vino italiano, in altre parole, non ha una fiera. Così il vino italiano se l’è portata da casa.
Il momento in cui lo fa è tutt’altro che neutro. Nei primi cinque mesi del 2026, secondo i dati Istat letti da Vinetur, l’export di vino italiano verso gli Stati Uniti è sceso del 15,4% in valore, a 709 milioni di euro, con 129 milioni in meno. I volumi hanno perso solo il 6%. Il conto si fa in fretta: si vende quasi lo stesso vino, ma a un prezzo medio di circa 5 euro al litro invece di 5,57, circa il dieci per cento in meno. Gli organizzatori stessi citano tra le difficoltà i dazi, il cambio euro-dollaro e un consumo più moderato. Gli aggregati Istat, avverte la stessa analisi, non spiegano perché il prezzo medio sia calato.
Eppure i dati che Vinitaly mette in vetrina raccontano un cliente che non ha smesso di spendere. Lo Stato di New York vale il 6,5% dei consumi di vino negli Stati Uniti, terzo dopo California e Texas. Nell’area ci sono 930 ristoranti italiani, il 10,9% del totale. Dopo la California, secondo la ricerca presentata, i vini italiani sono i più apprezzati, davanti ai francesi, e più della metà del campione spende oltre trenta dollari a bottiglia. Sono numeri degli organizzatori e come tali vanno letti, ma disegnano un consumatore che il vino italiano lo vuole e lo paga.
Il problema, allora, non è se gli americani bevano ancora italiano. È con quale etichetta e a quale prezzo arrivi sul loro tavolo, perché è lì che il valore si è perso. Una fiera può aprire contatti e portare a casa ordini, e due giorni a New York con mille buyer sono un’occasione vera. Ma nessuna fiera restituisce un dieci per cento di prezzo medio. Quello si recupera solo scegliendo, bottiglia per bottiglia, che cosa si manda oltreoceano e a quale posizionamento.
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