La Puglia annuncia il 10% di uva in più quest’anno, nella stessa regione che concentra quasi un terzo delle giacenze italiane. O è coraggio o è la prova che la vecchia abitudine è più forte di ogni analisi
Secondo le prime stime di Confagricoltura Puglia, la produzione di uva da vino crescerà di circa il 10% rispetto al 2025, con il caldo che ha già anticipato la raccolta in diverse aree. Ma la stessa regione custodisce ancora circa cinque milioni di ettolitri di vino in cantina, il 73,2% dei quali a denominazione protetta, quasi un terzo dell’intero stock nazionale di mosto.
C’è una domanda che questa notizia pone da sola, senza bisogno di troppi commenti: come si concilia una crescita produttiva del 10% con una regione che, secondo i dati raccolti in queste settimane, non riesce ancora a smaltire cinque milioni di ettolitri accumulati negli anni precedenti? Non è una domanda retorica. Se la nuova uva è destinata agli stessi canali commerciali già saturi, la crescita rischia semplicemente di aggravare un problema che il settore discute apertamente da mesi. Se invece è pensata per mercati o segmenti diversi da quelli dove lo stock resta fermo, la stessa notizia può significare qualcosa di completamente diverso, un primo segnale di riposizionamento reale.

Il dato più interessante, in questo senso, non è la percentuale di crescita, è il modo in cui Confagricoltura Puglia sta iniziando a raccontare il problema. Il dibattito, si legge nell’analisi diffusa in questi giorni, si sposta dalla sola gestione delle scorte alla necessità di ripensare il modello produttivo e commerciale: la questione centrale non è più soltanto quanto produrre, ma cosa produrre, a quale prezzo e per quali mercati. È la stessa domanda, posta con parole diverse, che questa rubrica ha visto affrontare da almeno tre angolazioni diverse nelle ultime settimane, la Toscana che taglia le rese, il Prosecco che introduce lo stoccaggio obbligatorio, Cantina Tollo che cambia il modo di remunerare i viticoltori. La Puglia, con questa dichiarazione, si aggiunge alla lista di chi ammette che il problema non è tecnico ma strategico, anche se non ha ancora scelto quale leva azionare per primo.
Il rischio, ed è un rischio concreto, è che l’annuncio della crescita arrivi più in fretta della trasformazione del modello. È molto più semplice continuare a coltivare come sempre, sperando che il mercato assorba anche quest’anno, piuttosto che ridisegnare in poche settimane cosa piantare, a chi vendere e a quale prezzo posizionarsi. La differenza tra le regioni che stanno davvero uscendo dalla crisi delle giacenze e quelle che continuano a rincorrerla, alla fine, si misurerà proprio qui: non in chi lo dice per primo, ma in chi trasforma la diagnosi in una scelta concreta.
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