Mentre la Francia conta i danni degli incendi a Bordeaux, l’Italia dovrebbe guardare quella storia non come cronaca estera ma come un avviso spedito a casa propria
Quarantaduemila ettari bruciati in Gironda, vigneti tecnicamente salvi ma vendemmia a rischio fumo: la stessa dinamica che l’Italia ha già vissuto nelle ultime settimane tra Sicilia, Puglia e Basilicata, con 66mila ettari andati in fumo e un vigneto distrutto ad Agrigento a ridosso della raccolta. La differenza è che in Francia il rischio ha già smesso di essere un’eccezione da comunicato stampa: è entrato nei bilanci assicurativi.
C’è una tentazione, guardando gli incendi che questa settimana hanno colpito Bordeaux, di archiviarli come una tragedia altrui, spettacolare ma lontana. È un errore di prospettiva che l’Italia non può permettersi, perché la stessa dinamica si è già consumata da noi, con numeri che non hanno nulla da invidiare a quelli francesi: oltre 66mila ettari bruciati nel 2026, più del triplo della media storica, con Puglia, Sicilia e Basilicata in prima linea, e un episodio, quello del vigneto di Raffadali, vicino Agrigento, che riassume tutto in una sola immagine, ottanta viti distrutte con l’uva quasi pronta per la raccolta, in un incendio di quasi certa origine dolosa.

Quello che la vicenda bordolese aggiunge, semmai, è un pezzo che in Italia fatica ancora a entrare nel dibattito pubblico con la stessa chiarezza: il momento in cui il rischio climatico smette di essere gestito come un’emergenza stagionale e comincia a essere trattato come una voce fissa di bilancio. Il ministro dell’Economia francese ha già garantito che le assicurazioni copriranno i costi di ricollocamento degli sfollati della Gironda. In Italia, la discussione resta ancora quasi interamente incentrata sui ristori a posteriori, mentre Confagricoltura Sicilia, nei giorni scorsi, chiedeva alla Regione una ricognizione georeferenziata dei danni prima ancora di poter parlare di risarcimenti: due velocità istituzionali molto diverse di fronte allo stesso problema.
C’è poi un aspetto che riguarda direttamente le denominazioni italiane più esposte, quelle dei territori collinari e submontani del sud, spesso già fragili per abbandono e frammentazione fondiaria: il rischio non è solo perdere un raccolto, è perdere il paesaggio che sostiene l’intera proposta turistica ed enoturistica di quei territori. Un vigneto bruciato in Irpinia, in Cirò o sull’Etna non è solo una minore resa per un’annata, è una cartolina che sparisce e con essa una parte della ragione per cui un visitatore sceglie quella strada invece di un’altra.
La lezione che Bordeaux offre all’Italia, insomma, non è un monito generico sul clima che cambia: è un promemoria molto concreto che la prevenzione, il presidio del territorio da parte di chi lo coltiva e la pianificazione assicurativa non sono più voci accessorie di un piano agricolo, sono la condizione perché esista ancora, tra qualche anno, un territorio da raccontare.
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