Mentre tutta l’attenzione resta sugli Stati Uniti, il mercato che sta davvero cambiando le carte in tavola per il vino italiano si chiama Brasile
Cresce del 13,9% in valore nel 2025, accelera ancora nel primo trimestre 2026, e con l’accordo Ue-Mercosur i dazi che oggi arrivano fino al 50% tra tariffe e imposte interne sono destinati a scendere: eppure il Brasile resta il grande assente dal dibattito pubblico sul vino italiano, tutto concentrato su un mercato americano che vale ormai meno di quanto costi seguirlo.
C’è una distorsione nel modo in cui il settore racconta sé stesso ed è la sproporzione tra quanto si parla degli Stati Uniti e quanto poco si parla del Brasile. Il mercato sudamericano è cresciuto del 13,9% in valore nel 2025 ed è già oggi il primo mercato del vino in America Latina, con un’accelerazione ulteriore nel primo trimestre 2026, +17,8% per il Paese, +36,4% per l’intera area Mercosur. E questo avviene prima ancora che l’accordo commerciale Ue-Mercosur entri pienamente in vigore, un accordo che promette di ridurre dazi oggi compresi tra il 18% e il 27%, che sommati alle imposte interne brasiliane possono portare il carico fiscale complessivo fino quasi al 50% sul prodotto importato. In altre parole: il vino italiano cresce in Brasile nonostante una delle barriere tariffarie più alte al mondo, non grazie all’assenza di barriere. Il giorno in cui quella barriera si abbasserà davvero, il potenziale non sarà incrementale, sarà strutturale.
Il tempismo, peraltro, è favorevole. Nel 2025 l’Italia è tornata al primo posto mondiale per produzione di vino, 47,4 milioni di ettolitri, l’8% in più dell’anno precedente, superando Francia e Spagna, e mantiene la leadership nell’export mondiale con una quota del 21,8%. È lo stesso Paese che, come raccontato spesso in questa rubrica, fatica a smaltire le proprie giacenze: avere prodotto e domanda emergente che crescono nello stesso momento dovrebbe essere la combinazione più semplice da sfruttare, se solo la conversazione pubblica del settore smettesse di ruotare quasi esclusivamente attorno a Washington.
Il vero collo di bottiglia, semmai, è l’accoglienza. Quando le cantine italiane hanno incontrato i tour operator internazionali, incluse le delegazioni sudamericane, sono emerse richieste molto concrete: guide in lingua inglese fluente, chieste dal 76% degli operatori, capienza gruppi dichiarata con precisione, dal 63%, flessibilità negli orari nei weekend, dal 54%, e tariffe trade trasparenti, dal 41%. Sono requisiti minimi, quasi banali, eppure ancora disattesi da buona parte delle piccole cantine italiane che vorrebbero intercettare questo tipo di flusso. L’enoturismo verso i nuovi mercati non si costruisce solo negoziando dazi a Bruxelles, si costruisce anche organizzando un tour in Inglese il sabato pomeriggio.
Resta, sullo sfondo, il tema che continua a pesare su tutto il resto: al 30 giugno le giacenze italiane hanno superato i 46,5 milioni di ettolitri, il 6,7% in più dell’anno scorso, con il Veneto che da solo ne concentra quasi un quarto. Il presidente Uiv Lamberto Frescobaldi lo ha detto senza ambiguità: «Non serve immettere grandi quantità sul mercato, quanto piuttosto sostenere il valore del vino». Aprire il Brasile, in questo senso, non è un’alternativa agli Stati Uniti, è una delle poche leve rimaste per farlo davvero.
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