Zonin 1821 vende cinque cantine su sette e il settore lo chiama “risanamento”: la parola giusta sarebbe smembramento
Il gruppo veneto, controllato dalla famiglia Zonin dal 1821, ha ricevuto un’offerta per cedere cinque delle sue sette tenute e il marchio Castello del Poggio: la stessa settimana in cui altre cantine italiane annunciano investimenti nell’ospitalità premium, la dimensione delle due strategie dice tutto quello che c’è da sapere sul settore.
Una cordata di investitori, anche internazionali, ha recapitato al consiglio di amministrazione di Zonin 1821 e all’esperto della procedura una proposta concreta: rilevare cinque cantine su sette e il brand Castello del Poggio, forte soprattutto negli Stati Uniti, lasciando fuori dal perimetro Castello d’Albola in Toscana. È la prima offerta reale dopo che, ad aprile, il gruppo di Gambellara aveva aperto la composizione negoziata della crisi con 83 milioni di euro di debiti e un fatturato 2025 sceso di dieci punti percentuali, a 183 milioni. L’azienda, in una nota, ha confermato di essere «in interlocuzioni con potenziali investitori» senza sbilanciarsi oltre: è la prudenza tipica di chi sa che il tempo, in questi percorsi, non è mai alleato di chi vende.
Il caso Zonin non è un incidente isolato, è la sintesi più netta di ciò che l’intero comparto ripete da mesi in forma più educata: mercato americano in contrazione strutturale, indebitamento accumulato negli anni di espansione, consumi globali che calano più in fretta di quanto le cantine riescano a riorganizzarsi. Il fatto che a soffrire sia proprio un marchio con due secoli di storia, tra i più grandi produttori familiari d’Italia, dovrebbe togliere qualsiasi alibi a chi ancora derubrica la crisi a un problema di piccole aziende poco strutturate.
Eppure, nella stessa settimana, altri gruppi confermano l’esatto percorso opposto: puntare sull’ospitalità e sul segmento premium invece che sul volume. È la controprova che la crisi non è del vino in sé, è di un certo modello di vino, quello pensato per la grande distribuzione e per un mercato americano che non tornerà quello di prima. Chi ha costruito valore attorno all’esperienza, dalla cantina al ristorante, sta attraversando la stessa fase con margini di manovra molto più ampi.
Anche la tavola, in questi giorni di caldo record, sta silenziosamente riscrivendo le regole del consumo: cresce la richiesta di vini più leggeri, serviti freschi, e la tendenza riguarda ormai anche alcuni rossi, come dimostra la scelta della sarda Siddùra di proporre un rosso pensato esplicitamente per essere servito tra 10 e 12 gradi. Non è solo una moda estiva, è un segnale su cosa i ristoranti dovranno saper raccontare in carta nei prossimi anni, indipendentemente da chi sarà proprietario delle cantine che quel vino lo producono.
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