La Cernobbio del vino si fa a Voghera. Ma la domanda vera non è sul mondo: è sull’Oltrepò

Il paradosso è tutto in due numeri. Oltre 2.800 ettari di Pinot Nero. Meno di un milione di bottiglie certificate tra Oltrepò Pavese Metodo Classico Docg e Pinot Nero Doc. Li ha messi in fila Benedetta Brioschi di TEHA già all’avvio della Community «Visione Vino», chiamandoli la principale opportunità strategica del territorio. Detto senza sconti: l’Oltrepò il Pinot Nero ce l’ha. Ma non ancora il nome che quel vitigno dovrebbe portarsi addosso.

Oggi e domani, al Teatro Valentino Garavani, The European House-Ambrosetti porta a Voghera il suo forum sul vino, che si è aperto con il saluto del Sindaco di Voghera, Paola Garlaschelli, anche lei impegnata in un rinascimento culturale della città per generare valore. Il forum che ha preso il via oggi lo chiamano già la «Cernobbio del vino». E questa è la prima notizia: la classe dirigente del settore non convoca il dibattito a Verona, a Montalcino o in Franciacorta. Lo convoca nel territorio che più di ogni altro incarna lo scarto tra potenziale e valore. È una scelta logistica furba. È anche, soprattutto, una scelta che mette l’Oltrepò davanti a uno specchio.

Il titolo del forum è «Radici profonde, sguardo lontano». Funziona come slogan. Funziona meglio come diagnosi. Le radici l’Oltrepò le ha: una delle più grandi superfici a Pinot Nero d’Italia, una tradizione spumantistica che precede molte denominazioni oggi più celebri, una varietà di vitigni che pochi territori possono vantare. Quello che è mancato per decenni è lo sguardo lontano. Cioè la capacità di trasformare un’uva in una destinazione e un ettaro in un marchio.

Il programma della prima giornata guarda in grande: nuovi consumi e nuove generazioni, il clima che cambia, il punto di vista di Bruxelles, l’export e lo sguardo degli importatori americani. Sono i temi giusti. Ma per l’Oltrepò rischiano di essere una lente rovesciata. Perché il calo dei consumi, la pressione climatica, la competizione sui mercati esteri colpiscono tutti. Colpiscono però di più chi arriva alla sfida senza un’identità riconoscibile. Chi ha un nome si difende. Chi vende uva o vino base agli altri subisce.

C’è un dettaglio nel parterre che dice più di molti interventi. Tra i partner c’è Berlucchi, cioè la casa che ha costruito la Franciacorta come idea prima ancora che come denominazione. A pochi chilometri, sessant’anni fa, si è dimostrato che un territorio può inventarsi una reputazione. L’Oltrepò ha avuto le stesse carte. Le ha giocate in modo diverso. Il confronto non è un rimprovero: è un metodo.

E qui sta il secondo paradosso. Il forum produce un Rapporto Strategico, cioè dati, scenari, indicazioni. Ma i rapporti non piantano vigne e non firmano disciplinari. Il valore di due giorni di dibattito si misurerà dopo, quando le luci del teatro saranno spente: nella capacità del Consorzio, delle cantine, delle istituzioni e del sistema confindustriale di trasformare un’analisi condivisa in scelte che costano. Più bottiglie certificate e meno vino sfuso. Più prezzo e meno volume. Più racconto e meno anonimato. E un enoturismo che smetta di essere un’appendice e diventi la porta d’ingresso al territorio.

Non a caso la seconda giornata chiude proprio lì: con una tavola rotonda dedicata all’Oltrepò come volano di sviluppo e una sul vino che costruisce valore oltre la bottiglia. È il punto giusto da cui ripartire. Il mondo può aspettare un giorno. L’Oltrepò, che ha aspettato abbastanza, forse no.

Appuntamenti

Il Forum «Visione Vino» prosegue oggi pomeriggio al Teatro Garavani con il punto di vista europeo e la tavola rotonda sul vino italiano nel mondo, prima della cena di gala al Castello di San Gaudenzio. Sabato 17 ottobre, dalle 10, focus sul territorio: Fondazione Monte di Lombardia, Gian Marco Centinaio, la tavola rotonda sull’Oltrepò Pavese con Francesca Seralvo (Consorzio Vini Oltrepò) e Fabiano Giorgi (Distretto del Vino di Assolombarda Pavia) e il panel su vino e turismo con Roberta Garibaldi.

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