Il vino costa meno e si vende lo stesso: la prova che il prezzo non era il problema

C’è una regola elementare di mercato che a settembre il vino italiano ha violato senza nemmeno accorgersene: quando un prodotto costa meno, dovrebbe vendere di più. L’Unione Italiana Vini, sulla base dei dati Istat, segnala che i prezzi al consumo del vino sono scesi del 2,3% su base annua, dello 0,3% rispetto al mese precedente. Eppure i volumi di vendita restano fermi, senza traccia di ripresa. Il presidente Lamberto Frescobaldi lo dice con una chiarezza che vale più di molte analisi di mercato: il ribasso allo scaffale non sta producendo ripresa della domanda.

Il paradosso si fa ancora più stridente se messo accanto all’altro dato della stessa rilevazione: mentre i prezzi del vino scendono, l’inflazione generale corre al 4,2%, e i costi che pesano sulle cantine, energia elettrica, gas, trasporti, prodotti enologici, packaging, salgono tutti insieme. È una tenaglia che si chiude da due lati opposti: il produttore guadagna sempre meno su ogni bottiglia venduta, e il consumatore, nonostante quella bottiglia gli costi di meno, non compra di più. Non è una crisi di prezzo. È una crisi di domanda che il prezzo, da solo, non riesce più a riattivare.

È la stessa ammissione, letta tra le righe delle parole di Frescobaldi, che segna un cambio di prospettiva rispetto a come il settore ha raccontato se stesso negli ultimi anni. Per molto tempo la leva del prezzo è stata lo strumento naturale con cui una cantina rispondeva a un mercato debole, scontare per vendere, vendere per reggere i volumi. Oggi quella leva gira a vuoto. Il problema non è più convincere chi compra già vino a comprarne uno più conveniente, ma convincere chi ha smesso di comprarlo a tornare a farlo, un compito che nessun ribasso di scaffale può assolvere da solo.

Da qui la richiesta che l’Unione Italiana Vini rivolge a Roma e Bruxelles, non un sostegno al prezzo ma un intervento sui costi strutturali: energia, garanzie pubbliche sul credito, incentivi fiscali per l’efficienza energetica. È una richiesta che sposta il terreno della discussione da un problema che il mercato non riesce a risolvere da solo, la domanda che non torna, a uno su cui la politica ha effettivamente margine d’azione, il costo di produrre. Per un comparto che vale 14 miliardi di euro, il 55% dei quali realizzati all’estero, con una bilancia commerciale attiva di 7,2 miliardi e novecentomila persone che ne vivono, non è un dettaglio tecnico. È la differenza tra un’annata difficile e un problema strutturale.

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