Per restare se stessa, la Doc deve far entrare l’uva senza passato

Una denominazione di origine è, per definizione, una promessa di continuità: questo vino, in questo posto, fatto con queste uve, come si è sempre fatto. Il clima, nel frattempo, ha smesso di rispettare la promessa. Per questo la proposta lanciata dall’Oltrepò Pavese, durante il convegno che ha accompagnato «50 Sfumature di Pinot Noir» a Voghera, tocca un nervo scoperto del sistema: aprire le Doc e le Docg ai vitigni Piwi, le varietà resistenti alle malattie e pensate per una viticoltura che consuma meno acqua e meno trattamenti.

I promotori sono due parlamentari di schieramenti opposti: il senatore leghista Gian Marco Centinaio, vicepresidente del Senato ed ex ministro dell’Agricoltura, e la deputata democratica Antonella Forattini, capogruppo del suo partito in Commissione Agricoltura alla Camera. Si sono impegnati pubblicamente ad attivarsi nelle prossime settimane, con l’obiettivo di chiudere il percorso prima della fine della legislatura. Per ora non c’è un testo depositato. La norma europea già lo consente: servirebbe modificare il Testo Unico del Vino, e a quel punto la scelta di introdurre i Piwi spetterebbe a ogni singolo Consorzio di tutela, denominazione per denominazione.

Oggi il quadro è a macchia di leopardo. I Piwi possono essere usati nei vini Igt, nel rispetto dei disciplinari e delle norme regionali. Le varietà iscritte al Registro nazionale sono 36, diciotto a bacca bianca e diciotto a bacca nera, e la coltivazione è autorizzata in dieci regioni, dal Piemonte alla Campania, con regole diverse l’una dall’altra. Per qualcuno restano poco più di una curiosità enologica. Per altri, come l’enologo Nicola Biasi che ne è tra i sostenitori più convinti, sono una risposta concreta a un settore chiamato a produrre con meno acqua e meno chimica. Al convegno hanno contribuito anche i professori Attilio Scienza e Luciano Brancadoro, ma nell’articolo non si dice che abbiano aderito alla proposta.

Il paradosso è tutto qui. Le denominazioni sono nate per difendere un’identità dal tempo e il tempo adesso chiede a quell’identità di cambiare le uve per sopravvivere. La domanda vera non è tecnica, e non è nemmeno politica: è se l’identità di un vino stia nel vitigno o nel luogo. Un Consorzio che dice sì a un’uva senza storia sta scommettendo che la risposta sia il luogo. Uno che dice no sta scommettendo sul vitigno. Nessuno dei due ha torto in anticipo e per la prima volta la legge potrebbe lasciare a loro la scelta invece di decidere altrove.

In breve, dal calendario della tavola e del vino

Fino a domenica 18 ottobre, a Udine, Ein Prosit, con oltre cento chef da 18 Paesi. Da venerdì 16 a lunedì 19, a Sirmione, la prima edizione del Lugana Festival. Da sabato 17 a domenica 25, a Milano, la nona edizione della Milano Wine Week. Il 26 e 27 ottobre, a New York, Vinitaly USA.

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