La Toscana ha diciotto mesi di vino invenduto in cantina e quattro dei sei migliori ristoranti di cantina al mondo secondo Wine Enthusiast. È la prova che in questo momento il problema del vino italiano non è raccontare il territorio ma vendere la bottiglia
Il Chianti ha perso circa il 35% di valore rispetto ai massimi pre-Covid, il Chianti Classico circa il 30%, e le cantine toscane custodiscono un invenduto equivalente a un’annata e mezza di produzione. La Regione ha appena approvato tagli alle rese fino al 20% per Brunello, Chianti, Chianti Classico e Toscana Igt. Ma la stessa regione, negli stessi giorni, si conferma tra le mete di ospitalità enologica più premiate al mondo.
I numeri toscani, presi da soli, spaventano. Un invenduto pari a un’annata e mezza di produzione significa che, se la Toscana smettesse oggi di vendemmiare, impiegherebbe comunque diciotto mesi solo a smaltire quello che ha già in cantina. I prezzi dello sfuso lo confermano senza margine di ambiguità, il Chianti ha perso circa il 35% rispetto ai picchi pre-Covid, il Chianti Classico circa il 30%. La Regione ha risposto accogliendo le richieste dei Consorzi di tutela di Brunello di Montalcino, Chianti, Chianti Classico e Toscana Igt, tagliando le rese per la vendemmia 2026 fino al 20%, con l’obiettivo dichiarato di evitare che il nuovo raccolto si sommi a uno stock già ingestibile.
Non è un problema solo toscano, ed è bene ricordarlo per evitare la tentazione di derubricarlo a crisi regionale: in Puglia restano invenduti oltre cinque milioni di ettolitri, più di tre dei quali a denominazione protetta, e la Sicilia sta valutando risorse fino a 25 milioni di euro per una distillazione di crisi. È un problema strutturale nazionale, che la Toscana vive semplicemente con più intensità perché il suo mercato, come notano gli operatori del settore, si muove per cicli quinquennali molto marcati, ed è arrivata al picco proprio nel momento peggiore per scaricarlo.

Ed è qui che il caso toscano diventa istruttivo più di ogni altro. Wine Enthusiast ha selezionato in questi giorni i 57 migliori ristoranti di cantina al mondo, sei dei quali in Italia, e quattro di questi sei si trovano proprio in Toscana. La stessa regione che fatica a smaltire il proprio sfuso resta, allo stesso tempo, tra le più capaci al mondo di trasformare la visita in cantina in un’esperienza gastronomica di altissimo livello. Non è una contraddizione, è la prova più netta di dove si trova oggi il vero collo di bottiglia: non nella capacità di raccontare il territorio, che la Toscana padroneggia meglio di quasi chiunque altro, ma nella capacità di trasformare quel racconto in un prezzo sostenibile per la bottiglia venduta fuori dal ristorante.
Il contesto in cui questo avviene, peraltro, non aiuta: secondo i dati diffusi da Campari Group, l’Aperol Spritz ha raggiunto 1,5 miliardi di consumazioni nel mondo, contro i 60 milioni di vent’anni fa, quasi 400 milioni delle quali solo in Italia. È esattamente il tipo di concorrenza per il momento dell’aperitivo che Vinarius, ieri, indicava come parte del problema del vino, e i numeri, questa volta, gli danno pienamente ragione.
In breve sugli eventi: prosegue in tutta Italia Calici di Stelle fino al 16 agosto.
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