La Toscana ha appena fatto quello che il settore chiacchiera di fare da mesi: tagliare le rese per davvero. La Puglia, nello stesso momento, siede ancora su cinque milioni di ettolitri di vino invenduto
La Regione Toscana ha accolto le richieste dei Consorzi di tutela di ridurre le rese per la vendemmia 2026, fino al 20% su diverse denominazioni, seguendo il modello dello Champagne, dove la resa fissata a 8.800 chili per ettaro protegge il valore attraverso la programmazione dell’offerta. In Puglia, nello stesso momento, restano in cantina almeno cinque milioni di ettolitri di vino invenduto, oltre tre dei quali a denominazione protetta.

C’è una differenza tra la Toscana e la Puglia in queste ore che vale più di qualsiasi comunicato nazionale sulle giacenze. Da settimane questa rubrica racconta un settore che discute di ridurre la produzione, che invoca il coraggio delle decisioni, che guarda con ammirazione al modello francese dello Champagne, dove la resa per ettaro viene fissata centralmente ogni anno per difendere il prezzo. La Toscana, in questi giorni, è passata dai proclami ai fatti (non è la sola ma l’esempio più paradigmatico): la Regione ha accolto la richiesta dei Consorzi di tutela di tagliare le rese fino al 20% su diverse denominazioni per la vendemmia che sta per cominciare, con l’obiettivo dichiarato di riequilibrare domanda e offerta prima che il problema si ripresenti identico tra un anno.
La Puglia, nello stesso momento, mostra cosa succede a chi quella decisione non l’ha presa o la doveva prendere anni fa. Secondo i dati di Cantina Italia richiamati da Cia Puglia, nelle cantine regionali resterebbero invenduti almeno cinque milioni di ettolitri di vino, oltre tre dei quali riguardano vini a indicazione geografica o denominazione d’origine protetta. Non parliamo, cioè, solo di vino da taglio o da distillazione: una parte consistente di quell’invenduto porta un’etichetta che dovrebbe garantire valore, e che invece resta ferma in cisterna mentre la nuova vendemmia sta per aggiungersi alla vecchia.
Il paragone con lo Champagne, spesso citato come modello, regge fino a un certo punto: funziona in Francia perché la resa viene decisa una volta sola, per tutta la denominazione, con un’unica cabina di regia. In Italia la stessa logica si applica regione per regione, consorzio per consorzio, ed è esattamente questa frammentazione a produrre il divario che vediamo oggi tra Toscana e Puglia. Chi ha una governance di filiera più coesa può muoversi in fretta. Chi non ce l’ha, resta indietro, e paga quel ritardo in ettolitri invenduti.
Non tutte le regioni, va detto, partono dallo stesso problema. In Veneto la vendemmia 2026 si annuncia anticipata di otto-dieci giorni, ma con una produzione sostanzialmente stabile rispetto ai 14,7 milioni di quintali del 2025, e vigneti che, nonostante lo stress idrico, stanno complessivamente reggendo bene. È la prova che l’anticipo dovuto al caldo non è di per sé un problema, se la struttura produttiva sottostante è già in equilibrio. Il problema nasce quando l’anticipo climatico si somma a uno squilibrio strutturale che nessuno ha affrontato per tempo, come in Puglia.
In breve sugli eventi: la vendemmia nei Colli Euganei parte lunedì 10 agosto; a Manduria, dall’8 al 31 agosto, prosegue la rassegna “Venti eventi alle 20.20” tra luoghi storici e cultura del territorio.
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