“Una cabina di regia degli investimenti, una politica di territorio per la valorizzazione dell’Oltrepò Pavese”. Intervista a Carlo Pietrasanta, decano dell’Enoturismo italiano

Il futuro dell’Oltrepò Pavese visto da Carlo Pietrasanta, tra i fondatori del Movimento Turismo del Vino in Italia e fra i più grandi esperti di enoturismo del Paese, somiglia a un puzzle da mettere insieme nella comunione d’intenti e avendo fisso in mente il generare “valore” più che “mercato”. Ma secondo il decano dell’enoturismo serve anche una cabina di regia, una politica presente, vigile e concreta.

Pietrasanta, in tanti anni di lavoro e ricerca di dialogo con l’Oltrepò che idea si è fatto?

“Che l’Oltrepò Pavese sia l’eterna incompiuta per troppa fortuna in tempi passati. Questo magnifico territorio a forma di grappolo, come diceva il grande Gianni Brera, una terra tanto amata anche da Gino Veronelli che s’incunea verso il mare e lentamente sale verso l’alto Appennino ha tantissime competenze e potrebbe mettere a frutto le sue potenzialità per cogliere opportunità alla portata. Per dirla da fighetti, l’Oltrepò ha skills per cogliere opportunity. Può farlo difendendosi dall’essere terra di conquista, ma deve muoversi”.

Qual è stato il più grande limite dell’Oltrepò?

“Il gioco al massacro del “su” e “giù” dalla torre. In tanti hanno sbattuto la faccia nella gestione di questo territorio vitivinicolo, sia sul lato della coltivazione dei vigneti e produzione di uva che su quello del commercializzazione del vino. A differenza di altre zone di produzione, l’Oltrepò non ha mai avuto un vino-immagine o forse non l’ha mai voluto. Negli anni d’oro ha avuto aziende-immagine”.

Dettagli meglio questa considerazione. Facciamo esempi?

“Quando pensi a Montefalco pensi al Sagrantino, quando pensi a Montalcino pensi al Brunello. Lugana è un vino e un territorio, così il Franciacorta. Se pensi a Valdobbiadene la tua mente va a Conegliano e al Prosecco. Se fra appassionati si parla di Langhe pensi al Barolo sebbene in diversi dei casi citati si produca anche altro. I territori che ce l’hanno fatta nella comunicazione hanno puntato su un’uva e un vino”.

Su cosa dovrebbe puntare l’Oltrepò per distinguersi?

“Non c’è dubbio, sul Pinot nero. La varietà internazionale trova sulle colline oltrepadane un terroir che permette di esprimere in modo splendido tutte le qualità organolettiche delle uve, in particolare arrivando a spumanti Metodo Classico che non temono sfide internazionali. L’alta gamma dell’Oltrepò è questa. Il Pinot nero può poi essere valorizzato in rosso, come giovane e piacevole prodotto da export. Chi può investire in vigna e in cantina riesce ad arrivare anche a rossi di lungo affinamento che sono memorabili all’assaggio e che possono accrescere la nomea del territorio su scala internazionale. La sfida non passa più dal produrre tanto, quella in molti casi è stata una condanna, ma dalla forza di emozionare nel calice e farsi pagare il giusto”.

Quali altre potenzialità ha l’Oltrepò nel suo insieme?

“Beh, se parliamo di turismo del vino e del gusto… c’è un’autostrada a otto corsie ancora da percorrere… stiamo parlando di una terra incontaminata costellata di castelli, antiche ville, distese di vigneti. Ci sono locande a conduzione familiare, osterie e ristoranti. L’Oltrepò vanta anche laboratori artigianali che producono ottimi salumi, a partire dal Salame di Varzi DOP, e poi formaggi, miele e persino lo zafferano. A tavola trovi i ravioli di brasato fra i più buoni d’Italia, frutti come la Pomella Genovese, dolci come la torta di mandorle di Varzi o la Zuppa di Voghera, senza dimenticare la Mostarda di Voghera e tante altre prelibatezze. L’elenco è lunghissimo”.

Ma cosa è mancato? Cos’ha bloccato lo sviluppo?

“A un certo punto il territorio si è svalutato da solo, non sapendo leggere i cambiamenti e adeguarsi al nuovo mercato. Se riavvolgessimo il nastro e tornassimo agli anni ’80 e andassimo a vedere quanto erano pagate allora le uve per la spumantistica e per le produzioni di più alta gamma, scopriremmo che oggi il prezzo al quintale di quelle pregiate uve dovrebbe viaggiare attorno ai 230 euro. Non è successo perché l’Oltrepò ha un po’ cannibalizzato se stesso, facendosi male ed essendo una zavorra per i molti che sul territorio hanno scelto strade diverse”.

Ma allora da dove ripartire?

“Wiston Churchill diceva che la democrazia era “la peggior forma di governo possibile a eccezione di tutte le altre” ma a volte bisogna che qualcuno entri in scena, resetti e metta tutto a fattore comune per ripartire. Serve un’azione politica forte sul territorio. Serve un comando degno di questo nome. Oggi l’Oltrepò è una torre di babele di gente che parla lingue diverse e va da parti diverse: Consorzio di Tutela, Strada del Vino e dei Sapori, Distretto del Vino e si discute persino di un nascituro Distretto del Cibo, che si affiancherebbe a una miriade di associazioni private che spuntano come funghi in ogni vallata per ridursi talvolta a un logo e a un gruppo Facebook. La mia impressione è che  ognuno voglia dire la sua senza la volontà di fare sistema in concreto, se non a parole”.

Pietrasanta, come si fa e cosa significa?

“Fare sistema vuol dire prendere decisioni forti. La politica regionale e nazionale dovrebbero essere al timone di queste scelte: servono 5 anni di lavoro imposto e incentivato dall’alto, un gruppo di professionisti lasciati liberi di lavorare secondo un mandato e un piano strategico redatto dalla cabina di regia. Chi è dentro è cofinanziato, chi è fuori si arrangia. Servirebbe una centrale investimenti unica, per non disperdere fondi pubblici ed essere efficaci in termini di ritorni. Qualcuno penserà che si tratterebbe di una “cessione di sovranità”. Personalmente credo si tratterebbe di fare un passo indietro per farne poi dieci in avanti nel reciproco interesse e per il bene comune di chi sul territorio abita o fa impresa in ogni settore. Meglio essere coprotagonisti di un sistema che funziona che piccoli re di tanti reami da niente. Seguire il modello che immagino vorrebbe dire valorizzare vini, uve, terreni ospitalità e immobili. Il resto? Un film già visto”.

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